EDICOLA

L’opera lavora su uno scarto percettivo estremamente efficace: ciò che riconosciamo immediatamente come gioco – le figurine di plastica, le pose stereotipate, la scala ridotta – viene trasposto in una dimensione pittorica che ne altera radicalmente il senso.
La scena non è propriamente ludica, ma satura di una violenza sospesa, quasi sedimentata nella superficie stessa del colore. Il fondo arancione, caldo e apparentemente innaturale, non restituisce un paesaggio ma uno stato: è terra, fuoco, memoria compressa. Su questo campo si dispongono i soldatini, alcuni ancora in posizione d’azione, altri già caduti, come in una coreografia congelata. I contorni non sono mai del tutto fissati, alcune sembrano dissolversi o emergere appena, come se fossero ricordi inafferrabili. La ripetizione seriale tipica del giocattolo si trasforma qui in una riflessione sulla standardizzazione della guerra, sulla sua riproducibilità e banalizzazione, ovvero il modo in cui viene appresa, miniaturizzata, resa innocua.
Il lavoro si carica di una tensione autobiografica che ne amplifica la portata. Il passaggio dalla conoscenza mediata al gioco infantile, e poi di nuovo alla pittura, costruisce un cortocircuito: ciò che educa simbolicamente alla violenza viene interiorizzato e restituito come immagine. L’opera mantiene una qualità volutamente instabile, il confine tra finzione e realtà indaga storia, cultura e politica, sia passata che contemporanea. Le figure non sono più oggetti, ma doppi, residui, fantasmi di un’esperienza che non può essere completamente elaborata, una memoria che oscilla tra gioco e trauma.

